Il nuovo governo non ha sul tavolo soltanto il dossier scottante della Cassa depositi e prestiti, con le nuove nomine che saranno decise entro la fine di giugno, ma anche la questione del sostegno all’ export delle imprese, che fa capo alla stessa Cassa tramite le controllate Sace e Simest. L’export ha raggiunto i 448 miliardi nel 2017 e in questi ultimi armi, con la sua crescita, ha compensato il calo di altri settori come i consumi privati e gli investimenti. Sono 2107 mila le società dedite all’export, ma solo pochissime (5.000) si assicurano dai rischi, per cui un allargamento del bacino farebbe bene alla crescita economica. Il sistema pubblico finora ha funzionato bene, e grazie anche al nuovo impegno della Cassa nei finanziamenti in pool con le banche dal 2015 in poi, ha accresciuto il sostegno alle imprese. Tuttavia nel corso del tempo, questo sistema – che coinvolge oltre alla filiera Cdp-Sace-Simest anche il Mef- è diventato sempre più complesso, mentre sono in atto tendenze internazionali che stanno cambiando le carte in tavola. Con l’ultima legge di bilancio, sono spuntati altri soggetti, come lnvitalia, che in vari casi potrebbe in teoria fare le stesse cose della Sace, mentre è stato creato un nuovo fondo per l’export in settori o Paesi strategici direttamente nel bilancio dello Stato. Ma la cosa più importante è che di anno in anno escono dal bilancio della Sace, la società che assicurano i crediti all’ esportazione, i rischi più rilevanti. Nel 2017, su 50 miliardi di stock accumulato, circa 15-16, pari al 32 per cento, sono riassicurati direttamente dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa percentuale salirà ancora e potrebbe toccare il 40 per cento dello stock entro quest’armo, mettendo in dubbio il principio privatistico attorno al quale era stato costruito il sistema: la Sace con il suo bilancio assicura il credito, lo Stato interviene se necessario soltanto come garante di ultima istanza. Si tratta ora di decidere se questo meccanismo vada rivisto e come.

La complessità

Per comprendere la complessità della materia, basta esaminare i percorsi che si presentano alle imprese che esportano. Se vogliono assicurare i crediti dai rischi politici e commerciali, devono rivolgersi alla Sace. Attenzione però: non sempre la Sace può effettuare da sola questa operazione. Per la copertura di alcuni rischi, quelli “concentrati” (per Paese, settore o controparte) deve rivolgersi al ministero dell’Economia (Mef), che negli ultimi anni ha riassicurato alla stessa Sace una quota crescente di crediti all’ export, arrivando nel 2017 a quel 32 per cento già citato in precedenza. Il motivo è semplice: Sace ha un capitale sociale di 4,5 miliardi, e per fare uno sforzo superiore dovrebbe essere rafforzata; di qui il trasferimento di una parte dei rischi al Mef, necessario per far fronte al “tiraggio” di risorse resosi necessario per effetto del boom dell’export. Non è finita qui. Con l’ultima legge di bilancio sono stati creati infatti due nuovi percorsi: c’è Invitalia, un’altra società controllata dal Mef, a cui sono stati demandati il finanziamento e la copertura del rischio politico e commerciale nei Paesi “ad alto rischio”, quelli che potrebbero subire sanzioni internazionali, conosciuti sotto l’acronimo di Gafi-Fatf. L’esempio più calzante è l’Iran, come vedremo più avanti. Ma la stessa legge di bilancio ha creato un altro fondo di 40 milioni per operazioni in “settori e Paesi strategici”, che sembra ritagliato per le esigenze di Fincantieri. Ecco perché il nostro sistema può apparire un po’ barocco, laddove altre nazioni – Francia, Germania, Gran Bretagna – hanno un’unica agenzia che si occupa di queste cose. Anche se, in positivo, va detto che il modello societario di Sace – autonomo e auto-sostenibile – ha il vantaggio di non gravare sul bilancio dello Stato, come accade invece nei tre Paesi citati. Non è detto che una soluzione sia migliore dell’altra: in Germania, dove gli esportatori sono soprattutto i grandi gruppi, i finanziamenti vengono autorizzati da una commissione parlamentare. In Italia il modello societario di Cdp-Sace ha responsabilizzato chi deve decidere, ed è stato copiato da altri Paesi. Anche se ora, con il boom dell’export, mostra un po’ la corda. Un’altra parte del labirinto è costituita dai finanziamenti pubblici. Che non vengono erogati all’esportatore ma all’importatore straniero, per invogliarlo a scegliere fornitori italiani. Il credito, ovviamente, lo erogano le banche. Negli anni della crisi le banche italiane hanno però ridotto questi finanziamenti per via del credit crunch. È emerso così un nuovo soggetto finanziatore, la Cdp, che controlla Sace al 100 per cento. La cassa ha erogato prestiti crescenti tra il 2014 e il 2016, passando da 868 milioni a 3.326. Quest’impegno, che avviene in pool con altre banche, ha trainato i principali istituti italiani, Unicredit e lntesa.

I finanziamenti

Ma non basta. Oltre alla Cdp, c’è anche Simest, un tempo autonoma e oggi controllata da Sace, che offre agli importatori stranieri un contributo in conto interessi. Simest acquista anche partecipazioni di minoranza in attività di imprese italiane all’estero, con cui condivide il rischio. Non basta: finanzia operatori esteri anche per la preparazione di fiere ed eventi che possano dare al Made in Italy occasioni di lavoro, e offre prestiti agevolati alle Pmi. Va detto che Sace, Simest e Cdp, agli occhi degli imprenditori, operano come un tutt’uno, grazie a un funzionario che fa da “gestore unico della relazione”, ripartendo poi internamente i diversi compiti. Il quadro del sistema di finanziamento all’export che si presenta al nuovo governo e in particolare al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, è dunque estremamente variegato. È possibile che una semplificazione sia utile. Del resto, il sistema è andato complicandosi per effetto di decisioni nate da scontri politici o personali non è un mistero che quando Cdp decise di non assumere rischi verso l’Iran a fronte delle possibili sanzioni, l’allora ministro Pier Carlo Padoan – pressato dagli esportatori – si mostrasse furioso, tanto da incaricare Invitalia di sostituirsi alla Cassa, con una legge ad hoc. E non è un mistero neppure che Fincantieri abbia spinto per creare una posta specifica nel bilancio dello Stato per operazioni «in settori e Paesi strategici», al di fuori di Sace-Cdp. Ancor prima di ripensare al ruolo e alla funzione del complesso sistema Mef-Cdp-Sace-Simest, urge il rifinanziamento della legge 295, quella che permette a Simest di fornire contributi in conto interessi agli importatori stranieri: in cassa la società ha solo 300 milioni ma l’impegno annuale è intorno a 1 ,2 miliardi. Per l’Italia la funzione di supporto all’export è cruciale. I dati Sace mostrano che tra il 2010 e il 2017 l’unico driver della crescita è venuto dall’export, che ha prodotto un aumento del Pil del 6,4%, contro una diminuzione di tutti gli altri fattori. Insomma, se non avessimo avuto l’impatto dell’export, l’Italia avrebbe oggi un Pil di quasi 7 punti inferiore al 2010. Non solo: nel 201 6-20 17 il tasso di crescita dell’export è stato superiore a quello di Francia e Germania. È dunque necessario spingere un numero maggiore di aziende a usare le agevolazioni. Il bacino da esplorare sono le Pmi. Sace ha oltre 20 mila clienti ma sul fronte della copertura assicurativa sono circa mille l’anno, cinquemila come dato cumulato. Ma nel complesso le imprese esportatrici sono 219 mila (dati Ice) e soltanto 11 mila hanno più di 50 addetti e 64 mila più di 10. La maggior parte degli esportatori, dunque, sono piccole imprese, due su tre nel Nord.

 

Rif: Affari&Finanza Edizione del 18/06/2018