Il piano Juncker come opportunità e come sfida

L’anno 2016 si apre con l’avvio effettivo del c.d. Piano Juncker, ancora da decifrare nei suoi reali contenuti ma al quale possiamo già attribuire l’indubbio merito di indicare la giusta rotta in termini di priorità politiche: quella di attivare in ogni modo possibile, e con la maggiore efficacia perseguibile, nuovi investimenti nell’economia reale dei paesi dell’Unione Europea (UE).

Nel suo insieme il Piano Juncker si fonda su tre pilastri essenziali: a) l’attivazione di risorse finanziarie dell’UE attraverso il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (FEIS) che, utilizzando fondi BEI (e FEI), prevede forme particolari di garanzia per programmi di investimento e finanziamento di PMI e infrastrutture; b) la costituzione di un HUB centrale di advisory ai paesi membri e alle rispettive istituzioni, in merito alle possibili modalità di attivazione di programmi di investimento, anche con ricorso a formule di Partenariato Pubblico Privato (PPP) e facendo riferimento alle best practices internazionali individuate; c) proposte di riforme strutturali vol- te e rimuovere gli ostacoli che oggi impediscono ancora alla liquidità di accedere ad investimenti produttivi, così da assicurare un ambiente favorevole agli impieghi di risorse private consistenti. In tale ambito rientra la raccomandazione ai paesi membri di favorire in ogni modo possibile, con interventi normativi e regolamentari a tut- ti i livelli, il coinvolgimento di capitali privati negli investimenti in economia reale, con particolare riferimento agli interventi di medio-lungo termine.

A ben vedere il Piano Juncker pone certamente delle significative opportunità

per i paesi dell’UE ma anche – e forse soprattutto – una grande sfida: infatti, l’assenza di un’allocazione pro-rata “garantita” delle risorse europee mette i singoli paesi membri in competizione tra loro per capacità di attrazione delle scarse disponibilità comuni. Una competizione che si gioca sulla relativa capacità di creare le migliori condizioni di impiego di capitali al proprio interno, poiché è a questi che viene affidato l’arduo compito di “moltiplicare” i 21 mld di euro di garanzie in 315 mld di investimenti effettivi!

Per vincere questa competizione, occorre eliminare nei paesi dell’UE – ed in particolare in Italia che è certamente tra quelli che ne hanno più bisogno – i “colli di bottiglia” che da anni impediscono la trasformazione della liquidità in investimenti reali, affrontando immobilismo, resistenza al cambiamento, veti incrociati e difesa di rendite di posizione. Cominciando dal complicato settore delle infrastrutture, poiché notoriamente proprio gli investimenti in infrastrutture sono quelli che hanno maggiori effetti sul PIL.

 

Il “Futuro” torna al centro dell’agenda politica

In appendice all’intervento di Edoardo Reviglio è riportata un’ampia ricostruzione della crescente attenzione posta negli ultimi anni da tutte le istituzioni internazionali e sovranazionali sul tema degli investimenti in infrastrutture. E questo non solo perché l’investimento in infrastrutture è proprio quello che presenta nell’immediato uno dei più elevati moltiplicatori sul PIL, ma anche e soprattutto perché è quello che determina la maggiore crescita di competitività dei sistemi economici nel medio-lungo termine. In altre parole, dopo l’oblio degli ultimi decenni, il futuro torna ad essere al centro dell’agenda presente del G20 e di tutti i paesi OCSE (UE inclusa).

Ciò che vale per gli altri, vale ancor di più per l’Italia che nel corso degli ultimi decenni ha drammaticamente ridotto gli investimenti in capitale fisso, a danno della competitività del proprio sistema economico. La crisi ha poi ulteriormente amplificato questo fenomeno portandoci ai minimi di sempre!

 

Le infrastrutture, un Buon investimento: lavorare ad una nuova asset class

Nelle loro ormai frequenti analisi economiche e raccomandazioni di policies dedicate alle infrastrutture, tutte le principali istituzioni finanziarie internazionali e sovranazionali non perdono occasione per ribadire altresì la necessità di favorire l’intervento di investitori privati per alimentare i necessari ed urgenti interventi in questo settore. In un contesto generale debiti pubblici elevati e di spending review questa soluzione appare una strada obbligata.

In particolare l’accento viene messo sul potenziale contributo degli investitori di na- tura previdenziale o assicurativa, per l’ampia disponibilità di risorse a medio-lungo termine che hanno tali soggetti.

Nonostante le frequenti raccomandazioni, però, fino ad oggi è stato difficile trovare delle soluzioni concrete e degli strumenti efficaci per realizzare in maniera adeguata tale obiettivo. Il coinvolgimento di investitori istituzionali privati, soprattutto di natura previdenziale e assicurativa, è ancora molto limitato nella gran parte dei paesi OSCE e sembra richiedere innovazioni profonde, in parallelo con quelle altrettanto complesse che riguardano la tecnologia, i mercati e persino gli stessi bisogni. In una parola, siamo di fronte ad una vera e propria discontinuità storica.

Per tale ragione, del resto, il Libro Verde sugli investimenti di medio – lungo termine pubblicato dalla Commissione dell’UE a maggio 2013 aveva chiesto ai Paesi Membri e a tutti i possibili interlocutori non solo suggerimenti per nuove regole ma anche – e soprattutto – la segnalazione di buoni esempi. Best Practices da utilizzare come prototipi di un più ampio e diffuso cambiamento.

In tale generale contesto, il dibattito che si è svolto in Italia nel corso di questi anni è sembrato ancora piuttosto deludente. Fino ad oggi ha prodotto poche idee e ancor meno progetti concreti. Gli stessi apparati ministeriali e gli organismi di vigilanza sembrano disorientati e impreparati a cogliere le esigenze di rapido cambiamento.

Per fare un primo passo in avanti partiamo da un semplice quesito: se il coinvolgimento di investitori privati, di natura previdenziale o assicurativa, è utile alle infrastrutture, possiamo anche dire che le infrastrutture sono un’opportunità per tali investitori?

Ebbene, l’esperienza internazionale dimostra che proprio le infrastrutture, a determinate condizioni di contesto, possono essere delle eccezionali opportunità di impiego per investitori di natura previdenziale ed assicurativa, in quanto tali asset possono garantire flussi di cassa stabili e prevedibili nel medio-lungo termine, correlati all’inflazione e scorrelati dal ciclo economico e dalla volatilità dei mercati finanziari. Per cui laddove le appropriate condizioni di contesto si realizzano, il contributo privato può diventare rilevante.

Secondo l’OCSE a livello globale solo l’1% del patrimonio dei fondi pensione è investito, con vari strumenti, in infrastrutture, contro un 10-15% circa di Canada e Australia che sono i paesi “migliori” sotto tale profilo. Del resto nomi come Canada Pension Plan (“CPP”); Omers; Ontario Teachers; Aimco o l’australiana IFM – tutti fondi pensione o gestori di loro diretta emanazione – sono pienamente entrati da anni nelle cronache internazionali degli investimenti in infrastrutture. In Europa, invece, solo il 3% degli investimenti privati in strumenti “alternativi” ad azioni, obbligazioni e liquidità riguardano infrastrutture, valore che peraltro si riduce all’1,4% se si esclude il Regno Unito.

C’è dunque un grande divario da colmare per l’UE ed è proprio su questa consapevolezza che si poggia la filosofia del Piano Juncker.

Non c’è da stupirsi, quindi, se a Luglio 2013 l’OCSE abbia dedicato un ampio studio proprio ai casi del Canada e dell’Australia (Ocse, Working Paper n.32, “Pension Fund Investment in Infrastructure: A Comparison between Australia and Canada” Luglio 2013), individuando le ragioni del loro successo che, in termini estremamente sintetici, possono essere ricondotte ai seguenti elementi essenziali:

a) sistemi previdenziali contributivi;

b) mercato del Partenariato Pubblico-Privato ben funzionante;

c) regole flessibili, che consentono ai fondi pensione di operare come “promotori”, investendo anche direttamente negli asset e nella loro gestione;

d) equilibrate soluzioni di governance e vigilanza sull’attività degli investitori;

e) efficaci strumenti e regole di governo del territorio.

Se si vuole cambiare la situazione esistente, è dunque da qui che dobbiamo partire. Perché le caratteristiche principali dei due paesi analizzati dall’OCSE, pur con le rispettive diversità e peculiarità, sono quelle che consentono di far diventare le infrastrutture una specifica e rilevante asset class nei portafogli degli investitori istituzionali. Una asset class non più episodica ed occasionale ma capace, come avviene appunto in Canada e Australia, di assumere una dimensione comparabile con quel- la di altre asset class già universalmente consolidate, come quella immobiliare.

Facile a dirsi, difficile a farsi in quanto il lavoro non riguarda solo l’enucleazione di specifici strumenti finanziari ma, molto più in profondità, persino la revisione delle regole di governo del territorio o il l’assetto di interi sistemi industriali! L’innovazione e il cambiamento diventano elementi indispensabili in un nuovo scenario nel quale l’interdisciplinarità, e quindi la formazione, deve trovare nuove occasioni di espressione.

Volendo schematizzare e semplificare, con particolare riferimento al nostro Paese, occorre lavorare sui seguenti elementi fondamentali del sistema:

  • Omogeneizzazione dei sistemi previdenziali con più marcato e coerente sviluppo della componente contributiva rispetto a quella retributiva (obbligo di equilibrio demografico-finanziario e medio-lungo termine per tutti);
  • Razionalizzazione degli investitori previdenziali laddove non raggiungono di- mensioni e strutture organizzative soddisfacenti;
  • Evoluzione dei sistemi di asset management con maggiore sofosticazione dei modelli gestionali che includano le componenti più direttamente (e in certi casi diversamente) legate all’economia reale: imprese, infrastrutture e immobiliare;
  • Deregolamentazione e innovazione dei mercati finanziari, soprattutto con riferimento agli strumenti di diverso “livello” che consentono l’investimento istituzionale in asset e progetti infrastrutturali, sia lato equity che debito (società di investimento, fondi comuni e strumenti di vario tipo);
  • Riforma delle modalità di programmazione e di intervento della PA centrale e locale, con adeguata revisione della disciplina degli appalti, delle concessioni e in generale del PPP;
  • Riassetto dei principali settori industriali, per conseguire maggiori livelli di efficienza e redditività e consentire lo sviluppo di modelli di business coerenti con un adeguato coinvolgimento di investitori

Si tratta di un’agenda politica importante, ma necessaria se si vuole cambiare una situazione che parte da condizioni di forte arretratezza in tutti gli ambiti richiamati. La sintesi è l’estremo ritardo degli investitori istituzionali italiani sul fronte delle infrastrutture, che ad oggi non costituiscono un’asset class per la gran parte di loro, come dimostrano per i fondi pensione del nostro Paese i grafici nelle pagine seguenti.

Senza la pretesa di svolgere in questa sede un’ampia disamina, anche in chiave storica, della normativa che presiede agli investimenti istituzionali, va segnalato che il caso italiano non costituisce un’eccezione ma solo la componente più accentuata di un fenomeno comune nell’UE.

E questo anche perché tutta la normativa europea in materia di investimenti ha sviluppato negli ultimi anni una vera e propria ossessione per gli impieghi di risparmio in economia reale che ha di fatto ridotto ai minimi termini questa componente nel portafoglio degli investitori, ampliando invece a dismisura lo spazio occupato dalla crescente montagna di finanza cartolare che, in una logica di puro “cortismo” alimentato dal terrore dei regulators per ogni tipo di strumento “illiquido” – a prescindere dalla eventuale limitazione nell’ambito dei patrimoni gestiti –ha amplificato la volatilità dei mercati e le sue bolle speculative.

 

l’asset allocation dei Fp italiani Fine 2012 – valori percentuali
 

Depositi Titoli di Stato

Fpc

4,8

60,0

Fpa

5,3

44,3

Fpp1

6,5

39,7

pip nuovi

4,5

57,6

totale

5,4

di cui italiani 25,6 24,7 23,9 48,5 27,8
Altri titoli di debito 10,4 3,9 11,1 16,7
di cui italiani 2 1,1 2,2 3,7 2.2
Titoli di capitale 16,6 21,2 10,3 11,8
di cui italiani 0,9 1,8 0,6 0,5 0,9
OICR 7,9 24,6 15,8 9,1
di cui immobiliari 0,1 4,2 0,8 1,5
Immobili

Altre attività e passività

0,3

0,6

12,0

4,5

0,3

4,1

1,8

Totale 100 100 100 100 100
di cui italiani 28,6 27,6 27,6 53,6
Fonte:elaborazione Mefop su dati Covip.

1I dati si riferiscono ai fondi autonomi, ossia dotati di soggettività giuridica. Sono escluse le riserve matematiche presso imprese di assicurazione.

 

Il paradosso dell’assenza di progetti

Le considerazioni svolte in precedenza ci consentono di affrontare nel merito un apparente paradosso: quello della scarsità dei progetti.

Tutti gli organismi finanziari internazionali e sovranazionali europei denunciano da tempo la difficoltà di impiegare risorse, anche private, stanziate per investimenti in infrastrutture (vedi BRI, BEI, OCSE). Un tema particolarmente sentito nell’ambito delle piccole e medie opere, dove è più difficile trovare operatori in grado di strut- turare operazioni secondo i canoni riconosciuti dalle best practices internazionali. L’enorme liquidità presente in Europa non si traduce se non marginalmente in investimenti reali e i fondi dedicati a progetti c.d. “greeneld” investono lentamente percentuali irrisorie delle loro disponibilità. Ma la “scarsità di progetti” non si concilia con “l’ampiezza dei bisogni” e quindi trova necessariamente spiegazione nella presenza di “colli di bottiglia” che impediscono alla liquidità – anche quando resa disponibile – di confluire verso gli investimenti obiettivo. In una parola, la scarsità di progetti coincide con la scarsità di progetti “di qualità”.

Ma cosa significa progetti di qualità? In termini sintetici possiamo dire progetti strutturati in linea con le best practices internazionali e quindi caratterizzati da sostenibili modelli di business, adeguata regolamentazione e solida struttura delle operazioni (intesa come “relazione tra le parti”, con particolare riferimento a temi qua- li i conflitti di interesse e l’equità commerciale tra i vari soggetti). Solo progetti rispondenti a tali requisiti possono ambire ad essere bancabili ed eleggibili per fondi di investimento, dato che banche e fondi di investimento non partecipano tipicamente alla strutturazione delle operazioni ma le analizzano una volta che sono già state concepite.

Ma a ben vedere il tema della qualità dei progetti è ben più profondo ed arriva per- sino a toccare l’intera struttura di specifici settori industriali. Ci sono infatti diver- si settori industriali o dei servizi che non sono organizzati per produrre progetti di qualità. Al di là di aspetti regolamentari (pensiamo per esempio al settore idrico italiano) è il loro stesso assetto industriale che avrebbe bisogno di evolvere. Un esempio per tutti quello dei parcheggi, dove la mancanza di un vero mercato di gestori strutturati e l’assenza di promotori puri impedisce l’evoluzione del business da gestione della sosta a gestione della mobilità (inclusivo dei nuovi fenomeni come l’au- to elettrica e il car sharing) e la crescita del settore a comparto più “istituzionale”. Nel nostro sistema mancano poi alcune categorie di operatori necessari ad un’evoluzione industriale dei settori. In particolare i promotori/investitori/gestori “puri”, ovvero investitori privati ma istituzionali, privi di conflitti di interesse (tipici di ban- che, gestori industriali e costruttori), attivi nei vari contesti industriali con strumenti idonei, in grado di far crescere i modelli di business. Insomma, nuovi protagonisti fino ad oggi assenti a causa della mancanza di spazio nella tradizionale filiera produttiva del settore infrastrutture, tipicamente limitata al trinomio “PA-costruttore e banca”.

Da quanto detto appare dunque chiaro che dobbiamo lavorare su tradizionali tabù di tipo culturale ai quali ci siamo ormai assuefatti. La discontinuità storica prodotta dagli eventi di questi anni ci obbliga davvero alla ricerca di soluzioni innovative e coraggiose. In una parola, soluzioni “non convenzionali”.

Primo tra tutti la tradizionale separazione tra proprietà delle risorse – che appartengono agli investitori – e gestione del risparmio – che in un sistema bancocentrico è in larga misura affidato alle banche o società di loro emanazione. Una separazione che non funziona nel campo degli investimenti in equity per le infrastrutture, dove peraltro i conflitti di interesse degli istituti di credito possono essere particolarmente accentuati.

Un secondo, ma correlato, punto che merita attenzione è quello del cosiddetto investitore-promotore. Lo sviluppo di un mercato privato di investitori in infrastrutture si sviluppa solo in presenza di promotori puri, ovvero investitori in equity che non hanno anche altri ruoli nella catena del valore, come banche, costruttori, utilities, tutti fisiologicamente in conflitto di interesse con l’investitore istituzionale.

È stato sempre questo l’anello mancante per un decollo effettivo del PF e del PPP in molti paesi europei, tra i quali l’Italia. Ebbene, in paesi come il Canada e l’Australia proprio i fondi pensione – o società di scopo da questi istituite – operano in veste di promotori.

L’istituzione di investitori-promotori da parte di fondi pensione, casse di previdenza e assicurazioni appare, alla luce dell’esempio canadese e australiano, una soluzione efficace e perfettamente legittima che non impedisce l’applicazione di tutti quei sani principi di regolamentazione e vigilanza previsti oggi in materia di risparmio gestito. Peraltro a beneficio indiretto anche del sistema bancario e dei gestori del risparmio, i quali potrebbero sviluppare maggiormente la loro naturale e tipica attività anche nel comparto delle infrastrutture.

L’assenza nel vecchio continente di tale categoria di investitore, distinto dai tradizionali fondi comuni di investimento che hanno natura più finanziaria e cartolare, aiuta a spiegare l’apparente paradosso della scarsità dei progetti.

Da queste considerazioni nasce del resto il progetto Arpinge, che nel tentativo di colmare un “vuoto” del mercato ha inteso ispirarsi proprio agli esempi di successo presenti in Paesi come Canada e Australia. Senza aspettare incentivi e facilitazioni dall’alto, le tre casse di previdenza delle professioni tecniche – CIPAG, EPPI e Inarcassa, che rappresentano Architetti, Ingegneri, Geometri e Periti Industriali – hanno costituito una società di investimento in infrastrutture di diritto italiano, privata ma istituzionale, che opera come promotore con vocazione alla finanza di progetto e al cantiere, aderendo spontaneamente al robusto bagaglio di “best practices” adottate da quei fondi pensione internazionali che agiscono tramite veicoli propri caratterizzati da requisiti di professionalità, onorabilità e trasparenza del management.

 

L’illusione dei capitali esteri

Chiediamoci ora: in assenza di investitori nazionali, si potrebbe pensare di risolvere la questione semplicemente favorendo l’ingresso nel nostro Paese di operatori esteri?

L’esperienza insegna che nel campo delle infrastrutture – e soprattutto al di sotto di una certa soglia critica che non ha accesso al mercato internazionale – questa soluzione non funziona. In tale ambito, infatti, il rapporto con i territori è troppo stretto e condiziona la reale capacità di incidere nella gestione. Esempi di “fallimento” di investitori esteri anche molto autorevoli non mancano.

Per non parlare della grande attenzione che va posta verso investitori c.d. strategici, i quali più che al rendimento delle loro operazioni di investimento sono interessati all’acquisizione di know-how e al perseguimento di una posizione di sof-power verso il paese “ospitante”.

In un ambito così strategico e “intimo” come il territorio, dunque, vige più che in ogni altro settore il principio del “watch dog”, ovvero del co-investitore locale che assicura agli operatori esteri “puri” la conoscenza del Paese di destinazione degli investimenti e al proprio Paese la tutela da operazioni concepite per andare oltre il loro mero significato economico. Insomma, per attrarre capitali esteri, il Destinazione Italia a suo tempo varato dal Governo Letta andrebbe scritto essenzialmente e prima di tutto per gli investitori nazionali!

 

Il nodo del “credit crunch” strutturale

Una delle principali differenze con il passato che le nuove politiche rilancio delle infrastrutture si trovano oggi ad affrontare è la relativa scarsità del credito e la grave mancanza di credito a medio-lungo termine, soprattutto da destinare a progetti di nuova realizzazione (c.d. greenfield), anche con tecniche di project financing.

La crisi economica da un lato e le nuove regole di Basilea III dall’altro hanno ridotto la capacità di credito delle banche, ulteriormente penalizzata dai cambiamenti industriali del settore creditizio nell’era di internet.

Curiosamente l’Europa bancocentrica ha fatto una scelta drastica su Basilea III, prevedendo la sua applicazione a tutte le categorie di banche (anche a prescindere dalla dimensione) mentre gli Stati Uniti, dove la dipendenza del sistema economico dalle banche è molto più ridotta, ne hanno limitato l’applicazione alle sole banche «too big too fail», in quanto portatrici di un rischio sistemico.

La scelta appare ancora più forte se si considera che Basilea III non introduce solo nuove modalità di ponderazione dei rischi, e quindi di potenza di credito delle ban- che, ma configura addirittura una mutazione genetica dei sistemi creditizi, con il ritorno di fatto ad una certa separazione tra breve e medio-lungo termine ovvero tra banca commerciale e banca d’investimento.

Il risultato di tutto ciò è stato un drammatico credit crunch in tutta l’UE, che in buona parte è destinato ad essere strutturale, prescindendo quindi dal periodo di riassetto delle banche e dal livello dell’attività economica.

In tale ambito, particolarmente drammatico è stato il crollo dei finanziamenti a medio-lungo termine (otre i 5 anni), soprattutto se legati al finanziamento di nuove infrastrutture.

La questione assume una grande rilevanza se si considera che il sistema bancario in Europa finanzia circa il 63% delle nuove realizzazioni e che alcuni importanti istituti sovranazionali, come la BEI, non prendono tipicamente il rischio di costruzione. Per tale ragione il tema è oggi all’attenzione delle autorità monetarie e c’è un concreto ragionamento volto a rivedere i parametri di calcolo dell’impatto sul patrimonio delle operazioni di finanziamento di nuovi progetti infrastrutturali.

Ciò nonostante, è difficile pensare che si torni al “mondo precedente la crisi economica”. E dunque, mentre le autorità monetarie riflettono su tali aspetti e i sistemi creditizi affrontano profondi riassetti ed ampie ricapitalizzazioni, per il settore delle infrastrutture si pone comunque l’esigenza di ricorrere ad altre forme di finanziamento.

Una di queste è stata ampiamente dibattuta in Italia ed ha trovato anche recente applicazione: quella del Project Bond.

Lanciati dalla European 2020 Project Bond Initiative elaborata dalla Commissione dell’UE e regolati in Italia da recenti provvedimenti55, i project bond hanno finalmente trovato spazio in importanti progetti nazionali (Metro 5 a Milano e il Passante di Mestre).

Ma la strada per costruire una nuova asset class e un mercato di spessore è ancora lunga. Né si può immaginare che il project bond copra da solo tutto il debito mancante. A livello internazionale i project bond costituiscono appena un 11% dei debiti legati ad operazioni di PF e molto spesso intervengono solo dopo il periodo di costruzione. Sebbene sia possibile che tale percentuale aumenti nei prossimi anni, è difficile pensare che possa arrivare ad assumere un ruolo preponderante.

Per questo occorre pensare e favorire altre soluzioni. Una tra queste è il fondo di debito specializzato in infrastrutture ovvero un fondo comune di investimento che abbia come attività quella di strutturare operazioni di finanziamento destinare alle infrastrutture, nuove o esistenti. Una siffatta tipologia di fondi è possibile e già oggi in via di diffusione in ambito europeo. Soprattutto laddove il regime della riserva bancaria ha consentito lo sviluppo più rapido di tali soluzioni.

Anche l’Italia dovrà guardare a questa possibilità, allargando lo spazio ad operatori che comunque restano regolati e vigilati dalle stesse autorità di vigilanza delle banche.

Entrambi gli strumenti, project bond e fondi di debito (per non parlare di eventuali fondi di investimento in project bond) potrebbero dunque consentire il coinvolgimento di investitori istituzionali sul fronte del debito alle infrastrutture (restando quello riservato all’equity legato a società di investimento, fondi infrastrutturali e titoli azionari quotati). In tal modo gli investitori istituzionali potrebbero trovare adeguati strumenti di investimento da inserire nella propria asset class per le infrastrutture, al suo interno ripartita e diversificata non solo per operatore, progetto, settore e area geografica di intervento, ma anche per tipologia di rischio (debito ed equity) e di strumento.

Tutto ciò preannuncia una forte crescita dei mercati finanziari rispetto al credito bancario ed una maggiore articolazione delle forme di intermediazione.

 

Alcune questioni aperte

In definitiva, tutto lo sforzo di re-infrastrutturazione e ammodernamento dei sistemi economici del nostro Paese può essere ricondotto a quattro grandi sfide, che costituiscono altrettante questioni “aperte” dalle quali tutto dipende:

  • l’evoluzione normativa che regola gli investitori e gli investimenti, con particolare riferimento a quanto riguarda il medio-lungo

In particolare occorre favorire un processo di innovazione finanziaria capace di elaborare nuovi strumenti idonei a coinvolgere con diversi profili di rischio, rendimento e liquidabilità gli investitori negli specifici progetti;

  • il riconoscimento e l’articolazione di una nuova asset class nell’ambito dei patrimoni gestiti dagli investitori istituzionali;
  • la capacità dei vari regulators di lavorare sugli stessi assetti industriali e delle regole che presiedono ai diversi comparti infrastrutturali;
  • capacità del sistema Paese di modificare in profondità gli strumenti di governo del territorio.